• Matteo Furlan

TRAVERSATA INTEGRALE PEUTEREY

Alcune vie sono lì, nel cassetto dei desideri, però sono legate a talmente tante variabili che sono anche difficili da pianificare. La cresta integrale di Peuterey al Monte Bianco è senza dubbio una di queste vie: bisogna farsi trovare pronti e quando le condizioni di tutto l’itinerario sono quelle giuste bisogna partire.

La cresta integrale di Peuterey rappresenta senza dubbio un’ascensione

unica nelle Alpi: un totale di 4500 metri di dislivello, di scalata su roccia come su ghiaccio, di difficoltà, di discese in corda doppia. E’ da qualche anno che io e Giovanni sogniamo di salirla, ma vuoi impegni personali o condizioni della montagna non ideali, non siamo mai riusciti a partire per questa avventura.

Nel luglio 2016 arriva la chiamata a cui non puoi dire di no: Giovanni mi dice che sul Monte Bianco non nevica da un po’ e da alcune foto si vede che l’Aiguille Noire di Peuterey è asciutta (quindi la scalata su roccia non dovrebbe avere particolari intoppi) ma in alto c’è qualche chiazza di neve (quindi dovremmo riuscire ad avere acqua per la cena, sciogliendo la neve con un fornellino), il meteo da venerdì a domenica sarà super stabile e lo zero termico è previsto oltre i 4000 metri. Tutte le condizioni ideali per salirla in pratica. Maledico me stesso perché non mi sento assolutamente allenato in questo periodo però come si fa a non accettare subito la proposta di Giovanni? La sera stessa ci iniziamo ad organizzare la trasferta valdostana: queste sono le fasi più belle, l’euforia della partenza e la preparazione dettagliatissima del materiale. Alla fine siamo in quattro, si uniscono anche Silvia e Stefano, altri due amici di Padova. Dovremmo stare in giro per tre giorni interi e la Noire la prevediamo di scalare interamente con le scarpette da arrampicata per essere più veloce, quindi nello zaino non potranno mancare scarponi, ramponi, piccozza e viveri: non rimane molto spazio, di conseguenza decidiamo di ridurre tutto al minimo, sia l’attrezzatura alpinistica sia cibo e indumenti.

Dopo poco più di mille metri di dislivello di avvicinamento, la mattina di venerdì attacchiamo l’Aiguille Noire: che emozione essere qui! Quel piano pensato e pianificato più volte inizia a concretizzarsi, la giornata è perfetta e procediamo senza intoppi. Dopo un primo tratto molto semplice le difficoltà aumentano leggermente e quindi procediamo legati, a volte in conserva e a volte con qualche piccolo tiro per affrontare le torri più impegnative. Le prime soste obbligate arrivano che è già sera e quando siamo quasi in vetta alla Noire; troviamo alcuni tratti completamente innevati che ci costringono a calcare scarponi e ramponi. E’ il tramonto quando troviamo una zona che decidiamo essere accettabile per passarci la notte in quattro. La temperatura cala sensibilmente e inizio a pentirmi di non aver preso il sacco a pelo per risparmiare peso, ma ormai c’è poco da fare. Sciogliamo un po’ di neve e ci prepariamo una zuppetta. All’alba vorremo rimetterci in marcia ed è meglio dormire, così cerchiamo di spostare qualche sasso della nostra piccola cengia e cerchiamo di trovare una posizione accettabile per addormentarci. Il mio sonno dura poco, un’ora o poco più: ho freddo. L’unica soluzione che trovo è farmi un po’ di thè caldo, così sciolgo della neve (che riesco a recuperare con l’uso della piccozza visto che la temperatura è scesa sotto zero e la neve è gelata) e con il thè riesco a scaldarmi. Il sonno procede un po’ tormentato però la notte fortunatamente passa senza altri intoppi.

La mattina del secondo giorno ci troviamo quasi subito il vetta all’Aiguille Noire de Peuterey: sappiamo che da qui calarsi nel versante Nord significa rimanere un po’ intrappolati, nel senso che una volta terminate le calate l’unica via sicura di discesa a valle passa per la vetta del Monte Bianco. Ne siamo tutti consci, ma ci guardiamo e senza bisogno di dire nulla iniziamo le circa 15 calate in corda doppia in direzione delle Dames Ingles. Ad eccezione di un chiodo che salta non appena Stefano ci si appende questa famosa discesa fila liscia e possiamo riprendere la nostra traversata. Guandando lo sviluppo totale della traversata sembra che il tratto delle Dame Inglesi sia relativamente breve, eppure è già pomeriggio quando raggiungiamo il mitico bivacco Craveri: ovviamente vogliamo sfruttare al meglio le ore di luce rimaste e proseguiamo ancora qualche ora, consci che ci attenderà il secondo bivacco all’aperto, questa volta poco sotto la vetta dell’Aiguille Blanche de Peuterey, il primo dei 4000 che si incontrano nella traversata.

La stanchezza alla seconda sera si fa sentire, siamo ancora più scomodi della notte precedente e ci si vorrebbe solamente riposare. Nonostante ciò ci imponiamo di cenare, siamo consci che c’è la necessità di recuperare le forze! Come per magia il fisico dopo la cena reagisce improvvisamente, la stanchezza lascia il posto alla voglia di sparare qualche cavolata e ci godiamo un panorama davvero mozzafiato sulla valle di Courmayer! Lontano lontano si vedono tutte le luci delle case, ma noi siamo contenti di essere qui in cresta tra la Punta Guglielmina e l’Aiguille Blance, a vivere l’ennesima grande avventura!

Il terzo giorno è una passerella trionfale fino in vetta alla vetta simbolo delle Alpi: sbucare dalla cresta che collega il Grand Pilier d’Angle (4234m) al Monte Bianco di Courmayer (4765m) è un’emozione indescrivibile anche perché li terminano le difficoltà. In pochi minuti siamo in vetta al Monte Bianco (4810m), non ci sono più nuvole e siamo tutti soli in vetta.

Dopo mezz’ora di festeggiamenti si riparte, ci aspetta l’interminabile discesa alla val Veny, lasciata due giorni prima, passando per il mitico rifugio Gonnella dove il rifugista ci offre un risotto con zucchine e gorgonzola che non dimenticheremo mai!





"La vittoria, quella vera, è quella che non crediamo di poter ottenere, nonostante la preparazione e tutta la volontà che abbiamo speso, ma che alla fine otteniamo. È come se, seppur consapevolmente e con i dati alla mano, dopo molte ore e giorni di allenamento, dopo esserci resi conto di poter vincere o, più semplicemente, di poter finire la corsa, ci fosse qualcosa nel nostro inconscio che ci ripete costantemente che è impossibile, che è troppo bello, troppo grande, troppo incredibile per essere vero. Che ciò che vogliamo ottenere è solo un sogno. E quando passi il traguardo, quando guardi indietro e vedi che è reale, che sei di carne ed ossa, e che ciò che sembrava possibile solo nei sogni è diventato realtà, ti rendi conto che quella è la vera vittoria. Vincere non vuol dire arrivare primo, battere gli altri. Vincere è battere se stessi. Superare il proprio corpo, i propri limiti e le proprie paure. Vincere vuol dire superare se stessi e realizzare i propri sogni."

 

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